29 giugno 2005

Intervista al sindaco di Torino Sergio Chiamparino



Una città al futuro


C’era una volta il triangolo industriale. Uno dei vertici, la Detroit italiana, era Torino. Poi la crisi di un modello economico, la necessità di inventarsi una nuova identità. Un passaggio che non si è ancora concluso, mentre la popolazione, come nel resto d’Italia, diventava progressivamente più anziana.
Ma è possibile gestire una trasformazione di queste dimensioni e al tempo stesso rendere una città amichevole verso chi, a suo tempo, le ha dato una forma e una cultura diverse?
«Direi di sì – risponde Sergio Chiamparino, sindaco di Torino –. Questa città è strutturalmente invecchiata, perché per fortuna si vive più a lungo di una volta. Solo negli ultimi anni il tasso di natalità ha cominciato a riprendersi. Quindi, abbiamo fatto ogni sforzo per essere amichevoli verso la terza età».

Ad esempio?
«Potrei farne tanti. Ma credo giusto iniziare ricordando che dallo scorso anno abbiamo aperto tre residenze sanitarie assistite per i non autosufficienti. Poi, abbiamo dato finanziamenti a singoli e associazioni, come l’Auser, che si fanno carico di una serie di servizi per gli anziani tra cui la consegna a domicilio delle medicine. E poi, anche se può sembrare un aspetto minore, a Torino, soprattutto nelle zone operaie, esistono centinaia di bocciofile che sono importanti luoghi di aggregazione. Stiamo lavorando per ristrutturarle e renderle sempre più accoglienti».

Torino è una città che ha subìto una trasformazione profonda che ancora non si è conclusa, come dimostra la crisi della Fiat. Anche il Comune è impegnato a gestire questo passaggio. C’è un legame con le questioni di cui abbiamo appena parlato?
«Credo proprio di sì, e su un punto fondamentale. Io, ad esempio, sono convinto che la coesione sociale sia un fattore di sviluppo. Torino è una città che ha bisogno di ringiovanirsi e questo significa sviluppare attività nuove, investire nella formazione e nella ricerca. Ma al tempo stesso non bisogna creare nuove divisioni. Le vecchie cinture operaie hanno un tasso di invecchiamento molto forte. Non per questo bisogna lasciarle a un destino di marginalità. Penso invece che siano un patrimonio di tutti».

Su questo torneremo tra un istante. Ma prima parliamo delle Olimpiadi 2006…
«È un appuntamento che ci aiuta a sostenere il percorso già tracciato. Con le Olimpiadi potremo rilanciare attività produttive nuove che abbiano al centro la conoscenza e la promozione della città. E potremo anche accelerare la costruzione di opere infrastrutturali importanti».

Ci sarà bisogno di volontari per far funzionare la macchina olimpica. È previsto anche l’impegno di anziani?
«Il programma è gestito dal comitato organizzatore. Però posso dirle che saranno coinvolte effettivamente circa 25.000 persone. La più giovane ha 18 anni, la più anziana, che ho premiato durante una cerimonia, ne ha 85. Ci sono poi gruppi di ex dipendenti di grandi aziende che parlano lingue straniere. Si sono già messi a disposizione come accompagnatori».
Sindaco, abbiamo parlato di solidarietà e trasformazioni. L’antica cultura operaia di Torino, quei quartieri di cui dicevamo prima, che cosa possono dare ancora?
«Credo che c’entrino molto con le cose che abbiamo detto. Tutto ciò che l’identità operaia ha consentito di accumulare in termini di solidarietà, oggi lo ritroviamo come base per portare avanti politiche che guardano ad altri scenari. Questo senso della condivisione, del fare insieme, a Torino si ritrova anche nella politica. Non mi sembra poco».
Da LiberEtà numero Speciale Festa

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