L’1,7% è poco, troppo poco, di fronte ad un aumento dei prezzi che – sicuramente nei generi di consumo cui si rivolgono i pensionati – è sensibilmente maggiore.
Non è da oggi che le Organizzazioni sindacali dei pensionati della CGIL, della CISL e della UIL affrontano il problema. Le rivendicazioni contenute nella loro piattaforma unitaria – presentate al Governo ma mai prese in considerazione – si articolano in una serie di provvedimenti pensati intorno ad una considerazione centrale: per una difesa efficace dall’inflazione bisogna intervenire sul reddito netto dei pensionati e non soltanto sul lordo.
Così, la manovra per tutelare i redditi da pensione presenta vari aspetti.
I conti dell’Istat
Innanzitutto, è necessario rivedere i criteri che l’Istat segue per individuare quanto effettivamente costa la vita per un pensionato: i sindacati chiedono di modificare le voci che compongono il “paniere” di beni delle famiglie di operai e impiegati cui si fa riferimento per determinare l’indice dei prezzi al consumo, eliminando quelle che non riguardano o non riguardano più la vita di un pensionato e aggiungendone altre che, viceversa, diventano abituali o preponderanti nei consumi degli anziani. Lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto anche senza eliminare o aggiungere voci a quelle esistenti, ma modificandone almeno il “peso” relativo all’interno della media, adattandolo al mutamento delle abitudini di spesa con l’avanzare dell’età.
La perequazione delle pensioni sopra il minimo
L’effetto perequativo insito nel depotenziamento dell’aliquota di aumento per gli importi di pensione oltre determinati limiti, alla lunga incide negativamente anche su pensioni che non possono definirsi d’oro e che spesso costituiscono l’unico introito di una coppia di anziani. Le organizzazioni sindacali dei pensionati della CGIL, della CISL e della UIL chiedono l’abolizione del primo “scalino”, ovvero la protezione integrale contro l’aumento del costo della vita per la fascia di pensione fino a 5 volte il minimo, anziché solo fino a tre.
Il carico fiscale
Il cuore della manovra è rappresentato dagli interventi sul fisco. I pensionati italiani sono tra i pochi al mondo che contribuiscono al bilancio statale in misura pari ai lavoratori dipendenti: anzi, dal 2003, addirittura di più, dato che la loro soglia di deduzione fiscale è stata fissata ad un livello più basso di quello dei lavoratori dipendenti. Trattandosi di risparmio, di retribuzione differita, non più contrattabile, il carico fiscale sulla pensione deve essere più leggero di quello sui redditi da lavoro e d’altra natura. Questa questione di carattere generale va posta in maniera decisa, una volta per tutte. In particolare, intanto, è necessario intervenire sul fiscal drag, non solo reclamandone la restituzione (che è stata sospesa ormai da 4 anni) ma anche indicizzando gli scaglioni di aliquota, in modo da impedirne il riproporsi. Poi va reintrodotta la detrazione d’imposta per i titolari di solo reddito da pensione, abolita nel 2003, unico mezzo per consentire la determinazione e il pagamento dell’imposta negativa per gli incapienti. La deduzione fiscale dei pensionati va equiparata a quella dei lavoratori dipendenti e va applicata anche sugli arretrati di pensione, a tassazione separata, sui quali dal 2003 non operano più sgravi di sorta, aggiungendo la beffa al danno di ricevere in ritardo quanto dovuto.
Il valore perso negli ultimi 10 anni
Infine, i pensionati rivendicano un compenso per il contributo che hanno pagato e ancora pagano alla causa del risanamento dei conti pubblici. L’abolizione di un anno e mezzo di scala mobile e il differimento del periodo di pagamento hanno causato dal 1992 un effetto a valanga che è andato ben oltre le aspettative. A ristoro, anche se parziale, della perdita di valore subita da allora, i pensionati chiedono un aumento una tantum rapportato all’andamento del PIL nel corso degli ultimi 12 anni.
Un tavolo per la trattativa
Che i pensionati dovessero avere indietro parte di quello a cui hanno rinunciato nel 1992 era chiaro fin da allora. Con lo stesso articolo di legge con cui è stata riformata la scala mobile dei pensionati, l’art. 11 del DLgs 503/92 (il cosiddetto decreto “Amato”), fu previsto che ulteriori aumenti potessero essere stabiliti con legge finanziaria “in relazione all'andamento dell'economia e tenuto conto degli obiettivi rispetto al PIL… sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale”. Dal 1992, di acqua sotto i ponti ne è passata: è tempo di far rispettare i patti.
Guido Girolami
Dipartimento Previdenza SPI CGIL
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