Un caro saluto a tutte e a tutti.
Mi è stato chiesto di portare alla Vostra attenzione la mia testimonianza di lavoratrice precaria. Non nascondo che mi sono domandata perché mi è stata fatta questa richiesta e quali siano gli obiettivi che il sindacato si propone di raggiungere attraverso il mio e gli altri interventi; suppongo sia sensibilizzare, raccontare e condividere le condizioni di vita di una fascia ormai troppo vasta di uomini e donne italiani.
Ma prima di raccontarvi la mia esperienza, ritengo sia doveroso sottolineare che questo è il tempo in cui passare dal discorso culturale, dallo scrivere libri, realizzare spettacoli teatrali, musicali, peraltro molto centrati ed accattivanti, all’attuazione di una strategia seria e decisa che senza soluzioni di continuità si proponga di eliminare la dimensione della precarietà, intesa come assenza o carenza di diritti individuali e collettivi dei lavoratori/trici, facendola diventare solo un brutto ricordo.
Dico questo, scongiurando l’idea che noi precari dobbiamo passare da un luogo all’altro quasi Madonne pellegrine a raccontare ciò che non avremo mai, a enumerare i diritti che non abbiamo, i quotidiani ricatti a cui siamo sottoposti, quasi a dover convincere una società incredula di ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che in pochi sembrano vedere.
La responsabilità di vite a progetto, di maternità a rischio, di giovani donne e uomini privi di prospettive per un futuro dignitoso, è di tutti.
Fatta questa premessa, in cui la rabbia è il segno dell’amore: ci si arrabbia per le cose che stanno a cuore, per le cose che si amano; aggiungo che questa rabbia è protesta, denuncia in un paese, l’Italia, in cui si sta diffondendo una malattia mortale, ossia l’indifferenza e la sua cugina prima la rassegnazione.
Mi chiamo Maurizia, ho 32 anni e sono uno dei tanti co.co.co. della Pubblica Amministrazione; nel Comune in cui opero c’è ne sono circa 130; io guadagno € 1.100,00 al mese e sono una privilegiata rispetto ad altri precari che intascano molto meno; ma io non mi sento così, il mio contratto scade questo mese, mi è stato rinnovato in passato per due mesi, per sei mesi, per tre mesi; ogni volta ci sono motivazioni relative al budget del Comune ed intanto io da due anni e quattro mesi vado avanti così.
Il mio problema è che, a differenza di altri coetanei, ho avuto l’ardore di andare a vivere da sola, così ammetto che non è stato facile spiegare ai miei padroni di casa a cui devo mensilmente un affitto che non avevo un contratto “Normale” perché la gente ti dice così: perché non cerchi un lavoro normale, un lavoro fisso?
La precarizzazione del lavoro scatena fenomeni sociali estremamente gravi, che investono anche il terreno dell’autonomia individuale e della realizzazione dei propri percorsi esistenziali: pensiamo al gran numero di trentenni costretti a vivere a casa con i genitori in ragione dei loro redditi (la media dei compensi dei “lavoratori a progetto” è di circa 500 euro al mese).
Anche il Natale è precario non ho la tredicesima e, a dire il vero nel mese di dicembre solitamente prendo anche meno.
Ma queste cose non sono nulla a confronto delle pressioni a cui noi precari siamo sottoposti nei luoghi di lavoro; spesso noi lavoratori atipici non rivendichiamo nemmeno le cose sacrosante (i nostri diritti basilari) perché abbiamo paura, siamo terrorizzati dalla possibilità che non ci si rinnovi il contratto.
Stiamo assistendo alla dilatazione “forzata” della giovinezza, alla progressiva demolizione della nostra spinta all’autonomia sociale: nell’84 erano definiti giovani quelli che avevano un’età tra i 15 e 24 anni, negli anni ’90 erano coloro che arrivavano fino ai 29, nel 2006 si è giovani fino a 35 anni; oggi le donne della mia età e nella mia condizione temono di perdere il posto di lavoro a causa di una eventuale gravidanza; chi ci garantisce che ci rinnoveranno il contratto? Per non parlare poi della malattia anche quella è a tempo determinato se ti ammali troppo a lungo sei fuori!
E poi, che utopia esigere diritti sindacali! Se penso che per andare alle riunioni del Direttivo Nazionale del Nidil ho dovuto ricorrere ai miei giorni di recupero ore, vedo lontato lo stato di diritto per noi lavoratori atipici.
Della pensione poi, preferisco non parlarne perché quello per noi precari è un argomento inesistente.
L’unica certezza è la solitudine, il sentirsi mercificati; abbiamo un prezzo ed una scadenza, abbiamo perso la dignità.
Cambiano le giunte, cambiano i politici ed il collaboratore della pubblica amministrazione è in balia del politico o del dirigente di turno, le sue mansioni, la possibilità di rinnovare il contratto sono subordinati all’arbitrio, al buon cuore, alla discrezionalità di altri.
Non ci sono regole uguali per tutti e quando ci sono, attraverso gli accordi che il Sindacato stipula con gli Enti, è sempre una lotta ed una rischio farle rispettare.
Dopo questo fiume di suggestioni non mi resta che porre a voi tutti una domanda che da molti mesi mi assilla: qual è il progetto di società futura che ci immaginiamo? Quali sono i valori su cui la nostra società si fonda ancora? Quelli sanciti dalla Costituzione?
Perché se il presente è questo e non abbiamo una precisa idea di futuro, saranno a decidere per noi coloro che una idea di futuro e di presente, slegata dalla tutela della dignità umana e dai valori fondanti della nostra costituzione, che l’hanno ben chiara.
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